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Il Dagherrotipo Stampa
STORIA DELLA FOTOGRAFIA

Rappresenta un procedimento fotografico scoperto da Louis Jacques Mande' Daguerre (dal quale prende il nome) con il quale si ottengono “immagini ottiche permanenti” (fotografiche appunto) attraverso un processo di sensibilizzazione, esposizione, sviluppo e fissaggio su lastre di metallo all'interno di una camera oscura. Questo processo seppur scoperto casualmente negli anni attorno al 1826, per poterlo sfruttare economicamente viene reso pubblico solo il 19 agosto 1939. Il Sig. Daguerre organizza, con l'aiuto dell'industriale Alphonse Giroux, la prima industria fotografica dalla quale vengono sfornate numerosi esemplari di fotocamere nel formato 16,4 x 21,6 cm chiamate "Le Daguerrotype".

Queste erano inizialmente realizzate in legno pregiato rivestito con velluto nero con la parte posteriore scorrevole per la messa a fuoco e con l'uso di uno specchio mobile per la corretta osservazione della scena, dato che con quel procedimento la foto veniva registrata invertita rispetto alla realtà, con ottiche che erano state appositamente realizzate da Charles Chevalier, ottico di professione, con lunghezza focale pari 360mm e con luminosità relativa pari a f/16. Nella confezione della fotocamera venivano fornite anche due casse di legno contenenti due fornellini uno per la sensibilizzazione con i cristalli di ioduro, della lastra di rame ed uno per lo sviluppo delle lastre con il mercurio. Nel 1841 ne viene prodotta un modello interamente in metallo a forma di un tubo in forma conica ed un obiettivo prodotto da Petzval con lunghezza focale di 148mm che sensibilizzava una lastra in rame di soli 96mm, una fotocamera molto utilizzata per il ritratto. Si passa così dalla lastra originaria di 16,4 x 21,6 a lastre da 1/4 - 1/6 e addirittura 1/8, quindi a 72 x 54 mm fino ad arrivare alla più piccola lastra pari a 1/16 di quella originaria grazie al contributo di Walcott che sostituisce l'obiettivo fisso con uno specchio concavo posto sul fondo della fotocamera per concentrare la luce su una lastrina dalle dimensioni più piccole pari a 5 x 6 cm, la più piccola lastra prodotta. Con il variare della dimensione delle lastre variava anche il tempo di esposizione secondo uno schema ben preciso.

 

Attraverso il procedimento di Daguerre si ottengono immagini uniche su una lastra di metallo argentato con una esposizione, che all'inizio, era molto lunga, almeno 30/40 minuti in pieno sole. Si trattava quindi di tempi veramente molto lunghi che costringevano l'uso di queste fotocamere per ritrarre paesaggi, monumenti. Tuttavia il risultato che si otteneva era rappresentato da immagini molto dettagliate ed allo stesso tempo molto delicate, tanto che le lastre una volta prodotte venivano conservate sotto una lastra di vetro applicata sopra ed incorniciate. Diversi furono i tentativi di replicare il metodo "Daguerre" in tutto il mondo, in Italia ad opera di Tito Puliti e Federico Jest. Il metodo comunque fu oggetto di rivisitazione grazie anche al manuale che lo stesso Daguerre fece pubblicare in occasione della presentazione pubblica, avvenuta dopo averlo fatto brevettare. I miglioramenti hanno interessato la riduzione del formato e l'aumento della sensibilità delle lastre attraverso un procedimento che prevedeva la sottoposizione delle medesime ai vapori di cloro e bromo per consentire tempi di esposizione sempre minori attorno ai 5/6 minuti per le lastre da 16,4 x 21,6 cm. I contributi in questo senso arrivarono da Claudet, Goddard e Kratochwila. Un altro contributo importante nel perfezionamento del metodo, arriva dalla realizzazione di un nuovo obiettivo, molto più luminoso di quello di Chevalier, pari a f/3.7 con un gruppo ottico costituito da 4 lenti. Questo obiettivo viene realizzato grazie al matematico Josef Petzval e poi prodotto dalla Voigtlaender. Con questo nuovo obiettivo, più veloce di quello originariamente impiegato e grazie ad una maggiore sensibilizzazione delle lastre, si riesce ad ottenere immagini perfettamente esposte in pochi secondi. Quindi dalle foto paesaggistiche e di monumenti si passa ad un nuovo genere, "il ritratto".

Cominciano così a nascere i primi studi dagherrotipici e le prime figure professionali di dagherrotipisti ambulanti, presenti nelle principali manifestazioni popolari. Il metodo Daguerre trova in quegli anni dal 1839 al 1850 la sua massima espansione in Europa, nonostante fosse un metodo che aveva diversi inconvenienti. Primo fra tutti l'uso di elementi chimici molto tossici, la delicatezza delle immagini non riproducibili, non per ultimo i suoi costi di realizzazione, molto elevati a causa degli sprechi elevati dato che comunque si trattava di un procedimento molto empirico. La qualità del risultato era incostante perche' la sensibilizzazione della lastra non era soggetta a regole fisse ma si basava su un giudizio soggettivo valutato sulla base della colorazione assunta dalla lastra.

Negli anni dal 1850 al 1864 il dagherrotipo trova la sua massima espansione in America, dove nascono parecchi studi fotografici basati su questo metodo e dove la produzione di lastre dagherrotipiche arriva ad una media di 3 milioni di pezzi all'anno. La grande diffusione porta anche ad un miglioramento della qualità dell'immagine in USA, dove vengono prodotte lastre che presentano una maggiore lucentezza e definizione.

Il dagherrotipo veniva realizzato partendo da una lastra di rame ricoperta da una sottile pellicola di argento lucidato meccanicamente attraverso un processo elettrolitico. La superficie argentata veniva poi esposta a vapori di iodio che formavano gli ioduri d'argento. Questi, una volta sensibilizzati dalla luce, si trasformavano in argento metallico, formando così una immagine latente sulla lastra dagherrotipica. Questa veniva poi evidenziata e resa visibile grazie all'azione dei vapori di mercurio; infine si immergeva su una soluzione di iposolfito di sodio per eliminare la parte non sensibilizzata dalla luce. L'immagine veniva inoltre meglio fissata e meglio contrastata attraverso l'esposizione al cloruro di oro. Tutto il procedimento avveniva scaldando le sostanze chimiche con dei fornellini a temperature non controllate e molto variabili, come variabili erano anche le condizioni atmosferiche ed ambientali in cui questo procedimento si svolgeva. Il procedimento così empirico andava ad incidere sul risultato finale e molti erano gli scarti, il cui risultato finale vedeva una riuscita pari al 30% dei tentativi. Il primato del dagherrotipo comincia in quegli anni ad essere insidiato da metodi alternativi, piu' economici, meno tossici, basati sui calotipi su carta e dai negativi su lastre di vetro.

Riferimenti Bibliografici:
Stefan Richeter in "L'arte della dagherrotipia" - Rizzoli
Beaumont Newhall in "The Daguerrotype in America" - Dover Books
Helmut e Alison Gernsheim - Storia della fotografia" Frassinelli
Helmut Gernsheim "Storia della fotografia, le origini" - Electa
Italo Zannier "Segni di luce: alle origini della fotografia in italia" Longo edizioni
Danilo Cecchi "Storia della fotografia dal 1836 al 2000" Editrice Progresso

 

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